Piscina di Nasca - Isola di San Pietro - Sardegna

Isola di San Pietro – Sardegna

L’Isola di San Pietro (in lingua tabarchina Uiza de San Pé, in sardo Isula ‘e Sàntu Pèdru), è una delle due isole principali dell’arcipelago del Sulcis, situata al largo della penisola del Sulcis nella parte sud-occidentale della Sardegna. Ha un’estensione di 51 km² (sesta isola italiana) e circa 6.500 abitanti prevalentemente concentrati nella località di Carloforte, unico centro abitato dell’isola.

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Itinerari trekking isola di San Pietro

Superficie: 51 km²  ::  Altitudine: 211 s.l.m.  ::  Sviluppo Costiero: 33 km
Stato: Italia  ::  Regione: Sardegna  ::  Provincia: Carbonia – Iglesias  ::  Comune: Carloforte

L’isola di San Pietro situata a poche miglia dall’isola della Sardegna ha una forma
quadrangolare i cui contorni possono essere individuati dai vertici posti a nord Punta
Nord o punta delle tonnare, uno a sud Punta Nera, uno a ovest Capo Sandalo, uno a
sud-ovest Punta dello Spalmatore di Fuori, L’isola ha una superficie di 51 Km² e un
perimetro di circa 18 miglia. E’ separata dall’isola madre e dalla vicina isola di
Sant’Antioco da un tratto di mare chiamato canale di San Pietro il cui fondale che ha una
profondità media di 8/10 metri è ricoperto da grandi tratti da una rigogliosa prateria di
Posidonia. L’isola di San Pietro e le altre isole che danno vita all’Arcipelago Suscitano
sono il risultato di una notevole attività vulcanica cominciata nell’Era Terziaria nel
periodo Oligo-Miocenico (32-11 M.a.) e nel successivo Plio-Pleistocenico (5 M.a).
Quindi l’isola nel suo complesso è costituita da formazioni vulcaniche di tipo
prevalentemente effusivo alternate a eruzioni di lava acida e viscosa accompagnati da
fenomeni esplosivi che determinarono la formazione di depositi di materiali magmatici
di composizione variabile assai diffusi come le rioliti e le comenditi queste ultime
individuate e classificate dal geologo S. Bertolio nel 1895 presso la regione Comende
nella parte centro occidentale dell’isola.

Piscina di Nasca - Isola di San Pietro - Sardegna
Piscina di Nasca – Isola di San Pietro – Sardegna

L’isola di San Pietro conosciuta e frequentata sin dall’antichità dai greci col nome di
Hierakon ed Enosim dagli intrepidi navigatori punici, i quali dopo aver colonizzato la
vicina isola di Sant’Antioco, sfruttarono le acque di San Pietro praticando la pesca del
tonno la cui attività, documentata da Erodono, è suffragata da una iscrizione su un
bassorilievo rinvenuto presso il tempio di Der-Elbahari presso Tebe.
Anche le attuali saline furono sfruttate dai fenici che utilizzavano parte del sale raccolto
per la conservazione del pescato Queste attività e la buona posizione per il riparo delle
navi dalle improvvise tempeste trasformarono l’isola in un punto di sosta quasi
obbligato, le risorse dell’isola venivano sfruttate dai navigatori costieri come dimostrano i
ritrovamenti, non sempre conservati, che parlano di strade, pozzi, necropoli, e i resti di
un piccolo tempio dedicato a Baalshamaim (Signore dei cieli) ritrovato presso la stazione
astronomica dal prof. Barreca nel 1965.
Col declino della potenza punica (II sec. A.C.), la Sardegna diventerà Dominio Romano,
l’isola prenderà il nome di Acciptrum Insula, i nuovi dominatori continueranno a
sfruttare le risorse naturali dell’isola estraendo il sale, raccogliendo il legname prezioso
per la costruzione delle navi, l’acqua e lasciando testimonianze del loro insediamento in
varie pari dell’isola. Le più interessanti anche per gli oggetti ritrovati è la necropoli
scoperta intorno alla metà del 1800 presso la Spalmatore di fuori come testimoniato dalla
relazione del direttore dei musei e degli scavi di Roma.
Con la caduta dell’impero romano, San Pietro non fu più abitata regolarmente poiché le
sue coste rimasero esposte alle numerose incursioni barbaresche come del resto la
maggior parte delle zone costiere della Sardegna.

La vegetazione dell’isola ebbe così la possibilità di svilupparsi in maniera rigogliosa e così
pure la fauna come in un documento precedente alla colonizzazione definitiva dell’isola
da parte dei tabarchini si legge “….a San Pietro sono spaziose valli e pianure verdeggianti,ricche di piante d’ogni genere però selvatiche… Sopra la costa si vedono le vestigia di una vecchia capelladedicata al medesimo Santo alquanto elevata sopra un monticello ………”

La Chiesa fu fatta erigere da Papa Gregorio IX per accogliervi le spoglie dei fanciulli,
periti in un naufragio presso le coste dell’isola di San Pietro, quando, durante il XIII sec.
Si verificò quel fenomeno di fanatismo religioso che spinse molti credenti verso la Terra
Santa.

Solo alla fine del 1500 San Pietro divenne oggetto di nuova attenzione da parte egli
spagnoli che praticavano la pesca del tonno e da Genovesi e Provenzali che sfruttavano i
ricchi banchi di corallo scoperti da Pietro Porta nel 1599. L’attività divenne febbrile,
numerose coralline corsero a sfruttare i nuovi banchi di corallo rosso e gli approdi
dell’isola vennero quindi utilizzati dai corallari per il riparo dalle tempeste e per il
rifornimento di acqua e di legname.
Per salvaguardare le coralline e i loro equipaggi venne richiesta la costruzione di alcune
torri litoranee perchè venisse garantita la sicurezza del traffico marittimo presso il canale
di San Pietro come si legge nel Pregone del 1616 “…in quanto presso le isole suscitane
albergano vascelli mori, turchi e altri nemici…” Nel 1617 venne concessa l’autorizzazione perla costruzione di torri sulle isole di Sant’Antioco e di San Pietro, ma su quest’ultima nonsi diede mai inizio ai lavori e quel tratto di mare con la sua ricca attività, continuò a “vegetare” in attesa di una popolazione che la colonizzasse.
Questo evento si verificò nel 1738, da parte di un gruppo di coloni liguri, pescatori di
corallo, provenienti da Tabarca, piccola isola prospiciente la costa tunisina dove avevano
costituito una delle stazione commerciali più importanti del Mediterraneo.
L’isola fu concessa in feudo al nobile sardo Don Bernardino Genoves perché i nuovi
coloni vi costruissero una città fortificata atta a difendere le rotte commerciali e l’attività
peschereccia in quel lembo del Regno di Sardegna governato allora dal Re Carlo
Emanuele III di Savoia.
I nuovi coloni diedero subito inizio alla costruzione di una città fortificata e allo
sfruttamento razionale dei territori loro concessi. Erano i tabarchini originari della terra
di Liguria che verso la metà del 1500 andarono a popolare la piccola isola di Tabarca, un
cono roccioso posto in posizione strategica in prossimità della costa tunisina, al seguito
della ricca famiglia pegliese dei Lomellini che aveva ottenuto dal Re di Spagna Carlo V, la
concessione di quei mari, per lo sfruttamento dei ricchi banchi corallini. Qui la comunità
originaria si fuse nel corso di circa 200 anni con quella di altre genti mediterranee come
siciliani, toscani, corsi, greci che furono attratti da quella straordinaria avventura
diventando un avamposto cristiano che prosperò in terra d’Africa sino al 1741.
L’insediamento sull’isola di San Pietro da parte dei nuovi coloni non fu devastante per le
risorse naturali dell’isola anche perché diverse disposizioni dei funzionari del Regno che
attendevano alla costruzione della nuova città, ordinavano ad es. “…Non si taglino nessunadelle piante d’olmo e di romagnino quantunque se ne contino in gran quantità ed anche tutte quelle altrepiante, che quantunque si vedranno di speranza a rendersi d’alto fusto….. il tagliamento dei boscaminecessari per le fabbriche si dovrà fare col minor danno possibile alla vegetazione….” Inoltre lavocazione per le attività marinare dei tabarchini, la mancanza dell’attività pastorizia neltessuto sociale della popolazione, contribuirono in maniera efficace alla salvaguardia dell’ambiente naturale dell’isola.
Se ciò valse per la vegetazione, non lo fu per la fauna terrestre che subì una drastica e
repentina riduzione a causa del diminuito habitat e la necessità, da parte dei coloni,
attraverso la caccia, di incrementare le magre risorse a disposizione. Scomparvero in
breve tempo i grossi mammiferi come il cinghiale , il muflone, la capra selvatica che
secondo un documento redatto dai funzionari del Regno ai primi anni del 1700 vivevano
in abbondanza sull’isola.”….Quest’isola vien ad essere di 28 miglia di circuito in forma di
parellelogrammo con due capi d’erte balze che piombano sul lido nominati li spalmatori….. Si trova a sei miglia distante da quella di Sant’Antiogo….Ricca d’alberi d’ogni genere però selvatici, emolto buoni per il servizio dell’artiglieria, non viene habitata da alcuna persona ma bensì da unainfinità d’animali selvatici come lepri, mofloni, caproni cavalli lapini e lepri abbondissimamente….”

La immediata suddivisione dei terreni e la seguente assegnazione alla popolazione,
realizzata nell’ottobre del 1738, la composizione sociale dei colonizzatori, pescatori,
marinai, non daranno luogo a quei conflitti sociali che segnarono la storia e la vita di
molti comuni della Sardegna.
L’antropizzazione delle campagne non fu quindi violenta, ogni appezzamento di terreno
venne terrazzato e coltivato, e anche gli uomini di mare per integrare le magre risorse si
trasformarono in contadini determinando la trasformazione del paesaggio spesso
scosceso e roccioso in bellissimi giardini.
Abbattendo solo ciò che era necessario si impiantarono vigneti si importarono nuove
piante da frutto spesso con ottimi risultati, si costruirono le bianche baracche, le case di
campagna, che hanno contraddistinto, abbellito e salvaguardato la superficie territoriale
di San Pietro.

Oggi l’isola conserva ancora una cospicua parte del suo patrimonio naturale, le
verdeggianti pinete, il manto policromo della macchia mediterranea rivestono una grande
parte del territorio isolano riuscendo così a custodire rari endemismi animali e vegetali
contribuendo ad arricchire e impreziosire il patrimonio naturale dell’isola.
La campagna conserva ancora le tracce degli antichi sentieri che percorrevano l’isola in
tutte le direzioni ed ecco allora, l’occasione di riscoprirli, segnalarli adeguatamente,
invitare a percorrerli per gustare la fragranza degli odori primaverili, osservare i colori
intensi della macchia, osservare splendidi panorami, scoprire piccoli tesori che la natura è
riuscita a conservare gelosamente per tutti questi anni.

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